Calciopoli esiste: ecco i verbali dell'interrogatorio di Gianluca e Romeo Paparesta
Calciopoli e la sua piovra erano potentissimi e radicati. L’inquietante panorama emerge dall’interrogatorio dell’arbitro Gianluca Paparesta e di suo padre Romeo, ex direttore di gara, davanti ai pm di Napoli Filippo Beatrice e Giuseppe Narducci. I due Paparesta sono stati interrogati il 7 giugno scorso e, caduto il segreto istruttorio (i verbali erano stati secretati dalla Procura), oggi quegli atti diventano pubblici e costituiscono un tassello fondamentale nell’impianto accusatorio.
Gianluca Paparesta inizia spiegando la propria situazione all’epoca del regno di Moggi: ''Ero convinto, e lo sono tuttora, che la ragione del mio periodo di forzata inattività è imputabile proprio al fatto che io non ho garantito favori alla Juve in quella gara ed anzi, secondo qualcuno, l'ho danneggiata". Paparesta fornisce la sua versione dei fatti, negando favoritismi alla Juve e sostenendo che le schede, insieme ai telefonini, erano stati consegnati da Moggi non a lui ma a suo padre, Romeo Paparesta, ex arbitro, che chiedeva l'appoggio del dirigente bianconero per ottenere incarichi nel settore delle designazioni.
L'arbitro barese si sofferma poi sulla finale di ritorno di Coppa Italia Juventus-Lazio 2-2 del maggio 2004 al termine della quale gli fu contestato di non aver espulso il laziale Giannichedda. ''Io percepii a fine gara - racconta Paparesta ai pm - che esisteva nei miei confronti un clima non benevolo da parte dei dirigenti juventini e credo anzi che quella mia direzione di gara, certamente non favorevole alla Juve, abbia determinato il fatto che proprio dopo quell'incontro io sia rimasto fermo per un mese circa prima di ritornare ad arbitrare una gara di serie B ovvero Atalanta-Salernitana a giugno. Non mi venne detto esplicitamente che la ragione del mio periodo di inattività era dovuto a questa circostanza, e quando chiesi conto a Paolo Bergamo perché rimanevo inattivo, il designatore fece riferimento, in modo del tutto improprio in verità, al fatto che a fine gara io mi ero limitato a fare una battuta con un giornalista televisivo limitandomi a dire che il merito della mia prestazione positiva era imputabile soprattutto alla bravura dei calciatori. Bergamo mi contestò che io avevo rilasciato una vera e propria intervista non autorizzata, fatto questo certamente non vero, ed io replicai che, se ciò fosse stato vero, avrebbe dovuto procedere disciplinarmente e non invece estromettendomi di fatto dalla partecipazione alle gare del campionato di serie A e serie B''.
''A riprova del fatto che non esisteva un rapporto idilliaco tra me e i designatori - aggiunge Paparesta - ricordo ancora che nel luglio 2004 arbitrai un incontro Intertoto tra due squadre estere. L'osservatore della partita era l'olandese Van Der Ende, collega di Paolo Bergamo nella commissione Fifa. Nonostante l'incontro non avesse presentato alcun tipo di difficoltà dal punto di vista della conduzione di gara, inopinatamente l'osservatore olandese mi assegnò un punteggio al di sotto dell'8, ovvero 7,90, che significa non raggiungere la sufficienza. Quando chiesi a Pairetto la ragione del comportamento dell'osservatore, lui mi disse che l'olandese era un amico di Bergamo e che quindi dovevo comprendere: quando poi chiesi invece a Bergamo, questi mi disse l'esatto contrario, cioè che era un amico di Pairetto. In sostanza fecero uno scarica barile l'uno addossando la colpa all'altro del fatto che l'osservatore mi aveva attribuito quel punteggio insufficiente".
C'erano rapporti privilegiati tra i designatori Bergamo e Pairetto e alcuni arbitri? E i designatori, direttamente o indirettamente, lasciavano intendere agli arbitri di dover dirigere certe partite in modo tale da non danneggiare determinate squadre? ''Mi era evidente - risponde Paparesta - che Bergamo e Pairetto avessero senz'altro rapporti più confidenziali con determinati miei colleghi. Ricordo ad esempio di partite a carte tra Bergamo, Pairetto, la Fazi e, ad esempio, Trefoloni. In altre occasioni ho potuto notare che al termine della cena con tutti noi, a Coverciano, alcuni come De Santis e lo stesso Trefoloni, restavano a tavola con Bergamo e Pairetto mentre noi, terminata la cena, ci allontanavamo. Tutto ciò mi è sempre sembrato del tutto improprio rispetto ai corretti rapporti che occorre mantenere tra designatori e arbitri. Era insomma evidente una netta discrepanza tra l'atteggiamento che i designatori avevano con me e quello che avevano invece con i colleghi ai quali ho fatto riferimento".
Quanto al punto se vi fossero indicazioni più o meno velate da parte dei designatori nei raduni di Coverciano, l'arbitro spiega: ''Credo che alcuni segnali ci venivano mandati indirettamente quando procedevamo tutti insieme alla visione dei filmati dell'incontro della giornata precedente. Infatti in questi casi i designatori talvolta enfatizzavano quello che ritenevano un evidente errore arbitrale e, anche utilizzando un linguaggio duro e poco attento alla nostra dignità, lasciavano intendere che certi errori non sarebbero più stati tollerati. In altri casi, invece, era evidente come gli stessi designatori sorvolassero su talune decisioni arbitrali dubbie per cui noi eravamo legittimati a comprendere che quella determinata squadra non rivestiva un particolare interesse per loro".
I pm chiedono se durante il campionato 2004-2005 ci furono momenti in cui fu possibile percepire, da parte dei designatori, situazioni arbitrali che potevano aver danneggiato la Lazio e poi la Fiorentina. ''Ricordo che Bergamo e Pairetto sottolinearono negativamente la conduzione dell'incontro Lazio-Brescia, diretta dal collega Tombolini, in cui si erano verificati episodi che potevano essere interpretati come fatti che avevano danneggiato la squadra romana. Invece, con riferimento alla Fiorentina, ricordo che a seguito della partita Lazio-Fiorentina, diretta dal collega Rosetti e disputatasi il 22-5-2005, vi fu un raduno a Coverciano in cui ci si soffermò nell'errore del collega Rosetti che non aveva concesso un evidente rigore alla Fiorentina per un evidente fallo di mani".
"Comunque non corso degli anni - ha detto Paparesta - ho avuto modo di notare che questo atteggiamento, ovvero questa lettura dei filmati, è stato di volta in volta messo in pratica in relazione a squadre diverse tra le quali c'era sicuramente la Juventus''.
A parlare davanti ai magistrati napoletani c'è anche Romeo Paparesta, ex arbitro e padre di Gianluca: ''Per quanto riguarda l'interesse coltivato da Luciano Moggi, devo essere sincero e dire che compresi abbastanza bene che il dirigente Juve aveva un suo interesse ad avviare un rapporto personale con me, non tanto per la mia persona, ma perchè questo poteva risultare utile per superare i problemi creati dalla presenza di un arbitro come mio figlio che Moggi, evidentemente, riteneva ostile alla Juve o comunque non allineato".
Paparesta senior conferma quanto dichiarato dal figlio e cioè che tre schede sim svizzere, con relativi telefonini, fornite da Luciano Moggi erano nella sua disponibilità e non in quella di Gianluca Paparesta, come invece ipotizzato dall'accusa. E spiega di essere entrato in contatto con l'ex dg della Juve per ottenere un incarico, magari come designatore arbitrale delle categorie minori. Ma ritiene, tuttavia, che da parte di Moggi le intenzioni erano di ''ammorbidire" il figlio nei confronti della Juve: ''Voglio in altri termine dire che non mi fu detto in modo chiaro ed esplicito che l'intento era quello di far ammorbidire Gianluca, ma io ritengo di aver compreso, dal tenore della conversazione che ho avuto e poi da altri segnali che si sono registrati nel periodo successivo, che questo in ultima analisi era l'obiettivo di Luciano Moggi".
Romeo Paparesta racconta che fu il suo amico Tullio Lanese, ex presidente dell'Aia, a dirgli ''che c'era in circolazione una sola persona che poteva aiutarmi in concreto a diventare designatore: questa persona era Luciano Moggi che, secondo Lanese, aveva influenza sullo stesso Carraro e più in generale esercitava un notevole potere nel mondo calcistico".
Romeo Paparesta riferisce che Lanese gli propose di far visita a Moggi a Torino, incontro è avvenuto il 7 maggio 2004. ''Io e Lanese abbiamo fatto un volo da Roma a Torino: ritenevo che l'incontro sarebbe avvenuto a casa di Moggi o comunque in un luogo riservato e restai sorpreso, invece, allorchè col taxi dall'aeroporto ci recammo presso la sede della Juve". Poi parla di una telefonata nel settembre 2004 quando Moggi lo avrebbe invitato a casa sua a Napoli. ''Mi recai in via Patrarca dove vi era Moggi in compagnia di una persona che non conoscevo e di cui non avevo sentito parlare fino a quel momento. Si trattava di Angelo Fabiani (anch'egli indagato nell'inchiesta, n.d.r.) che poi appresi essere il direttore sportivo del Messina e che Moggi mi presentò come persona di sua fiducia e molto vicina a lui. Discutemmo di varie cose del mondo del calcio e ricordo che, fra l'altro, Moggi fece un riferimento all'arbitraggio che mio figlio aveva fatto nella finale di Coppa Italia Juve-Lazio e disse che Gianluca li aveva penalizzati. Io replicai a Moggi dicendo che, secondo me, mio figlio cercava di fare l'arbitro nel miglior modo possibile e che certamente non andava in campo per colpire questa o quella squadra o aiutare altre compagini. Certo è che le parole di Moggi lasciavano trasparire il fatto che mio figlio Gianluca non era proprio benvoluto dalla dirigenza juventina, anche se non mi venne detto esplicitamente che c'era avversione i risentimento nei suoi confronti".
"Moggi - ricorda ancora Romeo Paparesta - sembrava particolarmente ossessionato dal fatto che, a suo dire, esisteva una cupola calcistica diretta e organizzata dalle squadre milanesi e romane e che quindi la Juve doveva difendersi rispetto a questo sistema che lo danneggiava". Quando si fece riferimento alla eventualità di un incarico di designatore Moggi disse ''che non era una idea cattiva e che magari potevo tornare utile a quel discorso che lui faceva circa il fatto che bisognava tutelare gli interessi della Juve rispetto al potere esercitato da milanesi e romane".
''Ad un certo punto - aggiunge - Moggi disse che avremmo quindi potuto avviare un discorso e che lui avrebbe avuto piacere a ascoltare le mie osservazioni circa l'andamento e l'arbitraggio di quelle partite di serie A che più stavano a cuore a lui". Poi Moggi ''tirò fuori e mi consegnò un apparecchio Nokia, in tutto simile al mio cellulare, e mi disse che potevo tranquillamente utilizzare questo telefono per avviare e mantenere colloqui telefonici con lui e con Angelo Fabiani, poiché Moggi aggiunse che parlare con Fabiani era come parlare con lui".
''Rammento che sulla rubrica di questo apparecchio Nokia - ha aggiunto - erano memorizzati solo due nomi, ovvero Luciano e Angelo, e ciascuno di questi due nomi corrispondeva a due utenze: dunque Luciano 1 e 2 e Angelo 1 e 2; non c'erano altri nomi o voci memorizzate nella rubrica". I pm hanno contestato che ''appare sproporzionata la consegna di un cellulare rispetto alla attività che si sarebbe solo tradotta in una consulenza sull'arbitraggio di alcune partite".
''Da parte mia - continua Romeo Paparesta - c'era l'interesse a coltivare un rapporto che io ritenevo potesse aiutarmi ad ottenere quella designazione arbitrale a cui aspiravo". Dice poi che fu lui a contattare col cellulare Moggi e a metterlo in contatto con il figlio dopo la famosa vicende del ''sequestro" nello spogliatoio di Reggio Calabria. E accenna a altri due telefonini consegnatigli di Moggi. Il 15 maggio 2005 all'Hotel Hilton, durante l'assemblea che determinò l'elezione di Franco Carraro a presidente della federcalcio: ''Incontrai Moggi che mi invitò ad andare con lui nella sua auto, nel parcheggio dell'hotel, e lì mi disse che avevano cambiato i numeri dei telefoni e mi consegnò un secondo apparecchio contenente un'altra scheda, ancora con Luciano 1 e 2 e Angelo 1 e 2''.
Racconta poi di un terzo telefono e una terza scheda: ''Poi, più o meno nel giugno 2005, ho di nuovo incontrato Moggi nella sua abitazione di via Petrarca. Credo di ricordare che Fabiani non era presente".
18 luglio 2007