Caso Sandri, la testimonianza dell'amico: "Siamo ripartiti e ci ha sparato a sangue freddo"
«E' morto sotto i miei occhi. E' una cosa che non mi toglierò mai dalla mente. Lo ha ammazzato a sangue freddo ed io ho visto quelle mani unite che impugnavano la pistola che poi ha sparato». A parlare è Marco, uno dei quattro amici che stavano in macchina con Gabriele Sandri,. Marco è quello che guidava ed è quello che ha visto con più chiarezza i fatti avvenuti all'autogrill di Badia al Pino. In un'intervista a La Repubblica ricorda e racconta così quella terribile domenica: «Siamo partiti alle 6,30 da piazza Vescovio. In macchina eravamo in cinque. Eravamo tutti molto assonnati. Ci siamo fermati all'autogrill di Fiano Romano per fare colazione. Abbiamo fatto un bel pezzo di strada fino a quando la macchina non ha cominciato a segnalare un guasto, ci siamo fermati in un altro autogrill perché aveva dei problemi. Poi abbiamo risolto e siamo ripartiti. C'era allegria in macchina non vedevamo l'ora di vedere la partita».
Gabriele, ricorda ancora Marco, «aveva lavorato fino alle quattro del mattino perciò dormiva. Una volta l'ho svegliato, mentre camminavamo, per chiedergli i cd con la sua musica e lui me li ha dati. Ma poi ha continuato a dormire. E non ci siamo più fermati fino a Badia al Pino». Ma su cosa è successo in quella piazzola, Marco afferma: «Preferisco non rispondere. Voglio raccontare solo di Gabriele. Le posso dire che siamo stati un poco in quella piazzola. Mentre uscivamo da lì e' successo tutto».
«Dunque - prosegue Marco - poco prima c'eravamo fermati a Badia al Pino per prendere un altro caffè. Poi siamo risaliti in macchina ed eravamo appena partiti quando all'improvviso, girandomi verso sinistra, vedo un soggetto immobile su una collinetta puntare la pistola a due mani nella nostra direzione. Ero al posto di guida e mi sono rivoltato per guardare avanti. Era passata solo una frazione di secondo. E' stato allora che ho sentito un tonfo sordo. Ma non c'eravamo ancora resi conto di nulla, ho continuato a camminare. Ma da quel momento tutto si è fatto confuso».
«Ci siamo chiesti - spiega Marco - che cosa stesse succedendo, nemmeno il tempo di dire una parola ed ho subito sentito Gabriele ansimare. Ma non avevamo ancora capito niente. Gli chiedevamo "Che cos'hai? Che cosa hai fatto?". E' stato allora che qualcuno in macchina ha gridato "sta male, sta male". A quel punto io ho ricordato come in un flash la pistola e ci siamo chiesti "ma che gli hanno sparato?". Mentre lo guardavo nello specchietto ho visto Gabriele sputare sangue dalla bocca ed agitarsi».
«Ci siamo diretti verso Arezzo perché - dice Marco - è la prima uscita utile, ed un mio amico nel frattempo ha chiamato il 118 più volte. Siamo entrati dal casello forzando la sbarra. Ci siamo fermati in piazzola e abbiamo cominciato a gridare aiuto, è arrivata una volante della polizia che ci ha soccorsi insieme a dei casellanti. Quindici minuti dopo è arrivato il 118 ma non ha potuto far più nulla. Non lo abbiamo più visto vivo. Siamo stati all'interno della stazione della polizia stradale del luogo accanto al casello. Eravamo tutti sotto choc. Nessuno di noi si capacitava, nessuno capiva quello che era successo. Gabriele morto sparato, non poteva essere. La cosa dura è stata capire la sequenza degli avvenimenti che sembrava irreale. Chi può credere che si può morire in quel modo per mano di una persona che nemmeno si conosce?».
15 novembre 2007