Chi porta il fascio littorio allo stadio rischia il carcere: lo dice la Cassazione
Rischia il carcere un tifoso che, durante una partita, sventola una bandiera che riporta il fascio littorio. È quanto affermato dalla Corte di Cassazione che l’11 ottobre scorso (sentenza 37390), ha respinto il ricorso di un trentatreenne romano che, durante una partita di calcio allo Stadio Olimpico, «aveva sventolato un tricolore riportante nella parte bianca un fascio littorio».
L’uomo, Cristiano S., era stato condannato, il 4 febbraio 2004, a quindici giorni di reclusione dal gup di Roma, sentenza confermata in appello l'1 dicembre 2005. I giudici supremi hanno ora respinto il ricorso, precisando che le accuse non riguardavano la violazione delle norme che vietano la riorganizzazione del disciolto partito fascista, quanto quella delle disposizioni sull’eliminazione delle discriminazioni razziali, prevista dal decreto legge 122/93 (articolo 2).
Il tifoso aveva infatti presentato ricorso alla Suprema Corte sostenendo l'innocuità simbolica del fascio littorio in quanto emblema «adottato» anche dagli Etruschi, dalla Repubblica Cisalpina e da Giuseppe Mazzini. La Cassazione gli ha replicato che certamente il suo comportamento non può considerarsi come un tentativo - vietato dalla legge - di riorganizzazione del partito fascista, perché la sua condotta «non ha costituito pericolo per le istituzioni democratiche». Senz'altro, però, deve essere dichiarato colpevole di violazione delle norme che, in pubblico, mettono al bando tutte le forme di discriminazione razziale.
Non importa, secondo la Cassazione, che il fascio littorio sia stato, prima del movimento fascista, usato anche «dagli Etruschi o da Mazzini». Oggi come oggi, conclude il Collegio di legittimità, «in Italia è collegato da tutti i consociati al regime fascista che è stato l'ultimo utilizzatore del simbolo».
16 ottobre 2007