Controinchiesta sulla morte di Pantani: non si esclude l'omicidio
La morte di Marco Pantani sembra destinata a rimanere avvolta nel mistero come quella di un altro grande campione del ciclismo, Ottavio Bottecchia, trovato agonizzante il 3 giugno di settant'anni fa e deceduto dodici giorni dopo, il 15 giugno 1927. Si parlò di omicidio politico, di un incidente in bicicletta, di una vendetta di un contadino; la verità però non si è mai saputa e difficilmente si saprà mai.
Un libro appena uscito in Francia, e prontamente segnalato da Gianni Mura di Repubblica, pone inquietanti interrogativi, peraltro già mossi da qualche organo di stampa italiano e dal legale della famiglia Pantani, sulla tragica morte del campione romagnolo. L’autore del libro (Vie et mort de Marco Pantani) è Philippe Brunel, 51enne giornalista dell'Equipe, apprezzato in terra francese e non solo. Brunel ha fatto un accurato lavoro d’inchiesta lavorando alla stesura del testo per tre anni.
La sua ricostruzione parte dal 5 giugno 1999, quando Pantani venne fermato per ematocrito alto al Giro d’Italia, arriva al 14 febbraio 2004, quando il Pirata è morto, e esamina le carte dell’inchiesta giudiziaria che porterà, il prossimo 21 dicembre, al giudizio nei confronti dei due ultimi imputati coinvolti, Fabio Carlino ed Eva Korovina.
L’inchiesta dà per scontato che Pantani sia morto per overdose di cocaina, da solo, nella stanza del suo albergo, ma Brunel non accetta, documentando la propria tesi, questa semplice verità. Perché l'inchiesta ha scartato quasi subito le alternative, il suicidio e l'omicidio, o anche semplicemente la possibile presenza di altre persone accanto al campione nella notte della tragedia?
Per ricostruire i fatti Brunel è stato a lungo in Romagna d'inverno, raccontando lo squallore, l'assenza di turisti, la presenza di spacciatori, di hostess che fanno le puttane, ma ha anche visto foto e filmati dell'autopsia, ha scoperto particolari macabri, come quello del perito che, per timore che il cuore di Pantani fosse trafugato dall'ospedale, se lo porta a casa, in un contenitore apposito, e lo nasconde in cucina, senza dire nulla alla moglie.
Brumel ha letto gli atti dell’inchiesta: i testimoni che hanno visto la stanza del residence Le Rose hanno descritto in modo diverso i mobili messi sottosopra. Sono state trovate due scatole con resti di cucina cinese, che non risultano ordinati da Pantani (che peraltro non amava quel cibo) né dalla reception. Dalle foto del cadavere risultano ferite al naso, al collo e alla testa non giustificate dall'autopsia. Ed è abbastanza improbabile che un uomo solo abbia letteralmente ribaltato un appartamento, bagno incluso, senza neanche rompersi un'unghia e senza che nessuno udisse i forti rumori che senza dubbio provocava.
Insomma, le zone d’ombra sono molte, ma il processo penale in corso è destinato a concludersi senza esaminare le piste che rimangono aperte. E non battute. Se non ci sarà qualche procuratore solerte a riaprire il caso la fine di Pantani rischia di rimanere nella triste e oscura leggenda come quella di Bottecchia.
26 ottobre 2007