Doping nel calcio, il racconto di De Ponti: "Sono malato, ho preso di tutto" Stefano Borgonovo ritiene che non ci sia uno stretto legame tra calcio e Sla. Diversamente la pensa Gianluca ”Gil” De Ponti, centravanti di Cesena, Bologna, Avellino e Zurrieq (Malta), negli anni '70 e ‘80. «Nel '95 mi diagnosticarono un tumore alla testa – spiega in un’intervista a La Repubblica – Ero appena andato in B con l’Avellino come secondo di Papadopulo: dissero che era benigno e invece era maligno. Sono in causa con i medici. Relazioni con la mia attività di calciatore? Certezze non ci sono mai. A casa ho una decina di foto di squadre, piene di morti. Ho una foto del Cesena che ha più croci del cimitero di Campiombi».
«Prendevamo di tutto in quei tempi. C'era a disposizione un sacco di Micoren, lo prendevamo tutti. Facevamo le iniezioni di antinfiammatori, poi ci davano i ricostituenti, una puntura al giorno, chissà cosa c'era dentro. Quando avevi la pubalgia ti infilavano un ago lungo così sotto i testicoli: si cura ancora così la pubalgia?. Dal momento che fumavo mi facevano anche delle flebo per disintossicarmi dal fumo. I medici prescrivevano questi farmaci e i massaggiatori li somministravano. Il calcio di oggi? Non so come facciano a giocare tanto: in uno dei miei migliori anni al Bologna feci una trentina di partite e segnai nove reti. Spesso si andava in campo ancora indolenziti per le botte prese la domenica precedente».
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