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Doping, Piepoli racconta il suo calvario: "Non fate come me"

«Non dopatevi perchè calpestate la vostra coscienza e dignità. Per sempre». È uno dei passi più significativi dell'intervista rilasciata da Leonardo Piepoli alla Gazzetta dello Sport. Lo scalatore italiano, positivo all'epo Cera al Tour de France 2008, si avvia verso una squalifica di due anni e la fine della carriera.

Ecco le sue parole alla Gazzetta dello Sport:

- Piepoli, perchè si è dopato? «Giro d'Italia, cado giù dal Falzarego, mi fratturo quattro costole, abbandono. Da corridore sono caduto tanto, fatto male tanto, ripartito sempre. Ma stavolta è diverso: ci rimango da cani. Avvilito. Affranto. Non so perchè, ma è così».

- E allora? «In programma c'è la Vuelta. Posso riprendere con calma. Fermo due settimane, poi ricomincio ad allenarmi. Riccò mi chiede di andare con lui al Tour. L'idea mi affascina, mi sento adulato. Andrei per fare il mio solito lavoro: aiutare. Mi piace farlo se posso competere e dare il massimo. Mai stato avido: certe vittorie, io le ho regalate ai miei capitani».

- Così? «Un attimo di debolezza, follia, incoscienza. In fretta, in silenzio, in colpa. Neanche il tempo di chiedere un parere. Convinto da chi ti fa credere a quello cui di solito non credi: che chi ti batte lo fa, che tanto non ti prendono. Mi giustifico: lo faccio solo per tappare il buco di preparazione».

- Poi? «Momenti di normalità e altri di paura, angoscia, panico. Comincio piano, penso di andare in forma verso la fine, per l'Alpe d'Huez. Invece sottovaluto un pò la mia forma, un pò l'effetto del doping: i conti non mi tornano. All'Hautacam la combino grossa: vinco. Mi dico: «L'ho rubata. Cerco di difendermi: Una volta nella vita. E dopo tante sfortune».

- Invece? «Riccò positivo, squadra ritirata. La fine».

- Perchè non confessa subito? «Mi crolla il mondo addosso. Ho cominciato a correre a 9 anni. Prima divertimento, poi passione. Quello che ti fa andare avanti non sono soldi o gloria, farmaci o chimica: solo passione. Per correre sono andato via di casa da ragazzino. Sono stato junior in Piemonte, abitavo da un marito e una moglie di origini umili ma che ce l'avevano fatta, erano diventati imprenditori, e senza imbrogliare. Con loro ho imparato che il principio è si può fare».

- Sempre? «L'ambiente è determinante. Da junior, prima di una cronoscalata, una persona mi propone una pastiglia di caffeina. Chiedo al direttore sportivo. Mi fa: Non prendere niente. Se prendi questa oggi, continuerai a prendere«. Non prendo quella, non prendo altro».

- Pensa di essere creduto? «Chi non mi conosce potrà sempre credere o sospettare che mi sia sempre dopato. Ho la religione del ciclismo, il culto dell'allenamento, il gusto del sacrificio, il piacere della fatica. Svegliarsi, guardare il tempo, aspettare che finisca di piovere o nevicare e uscire, o uscire lo stesso. Fare, rifare: la salita della Madonna della Guardia del Giro 2007 l'ho provata in 7 uscite, e l'ottava l'ho ripetuta tre volte. Ma non posso chiedere di essere creduto. Ed è quello che mi deprime di più. Dopo il Giro 2007, in un supermercato, una mamma fa al suo bambino: Vedi, lui è quello che ci ha riempito i pomeriggi alla tv. Mi dispiace, terribilmente, per gente così».

- Compagni? Colleghi? «Li ho traditi. Eros Capecchi faceva due ore di macchina da Arezzo a La Spezia per allenarsi con me, perchè io gli insegnassi come allenarsi, facevamo 6-7 ore, gli ripetevo che bastano passione e sacrificio, lui in più ha anche talento, lo obbligavo a fare ripetute in salita, poi si faceva altre due ore di macchina per tornare a casa. Eros non si è più fatto vivo, ma lo capisco. Penserà: io mi tiravo il collo e lui si dopava. Non è così, ma non posso pretendere di essere creduto».

- Alla Procura antidoping? «Quello che dovevo dire era già nelle analisi. Bastava presentare una memoria scritta. Mi hanno chiesto chi mi avesse dato il Cera. Se fosse servito ad aprire una nuova inchiesta, a fare luce su un traffico, avrei fatto nomi. Ma non era così. Ci sono voluto andare perchè rispetto il Coni: da piccolo correvo con una maglia celeste e una bici della Federazione italiana. A casa ho incorniciato un assegno, premio per un piazzamento da allievo, mai incassato: 4.500 lire, ma per me un valore inestimabile».

- Due anni di squalifica. «Meglio che me ne avessero dati 4 o 6. O la radiazione. A 37 anni, con una moglie e un figlio, quello che ho fatto è ingiustificabile».

- Morale? «Dire non dopatevi perchè non serve è inutile, non funziona, non ha mai funzionato. Io dico: Non dopatevi perchè calpestate la vostra coscienza e dignità. Per sempre».

- Piepoli, chi è oggi? «Un giorno ricevo una telefonata. "Dove sei?". Rispondo: "Mi sto allenando". Mi correggo: "No, vado in bici". Sono un ex ciclista. Sono un uomo che ha sbagliato, che non può più inseguire i suoi sogni di corridore nè di futuro allenatore di ragazzi. Anche se, con tutto quello che ho fatto, sofferto e capito, potrei essere un insegnante più vero, più leale, più convincente».

7 gennaio 2009





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