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E' morto il ciclista Fois, confessò l'uso di doping e cocaina

Il ciclista Valentino Fois, 34 anni, è stato trovato morto stamattina nella sua abitazione di Villa D'Almè, in provincia di Bergamo. Ancora non sono chiare le cause del decesso ma, secondo i primi rilievi, l'uomo sarebbe stato colpito da un malore. L'ex corridore era stato coinvolto in passato in un'inchiesta sul doping e aveva confessato l'uso di sostanze illecite e cocaina. Dopo un lungo periodo di depressione, era recentemente tornato al ciclismo professionistico. Fois era stato squalificato per tre anni per doping nel 2002.

Il corpo senza vita di Fois, che fu compagno e amico di Marco Pantani alla Mercatone Uno, è stato rinvenuto dalla madre con la quale l'ex ciclista viveva nel piccolo centro della provincia di Bergamo. Sul posto sono presenti i carabinieri della Compagnia di Zogno (Bergamo). Per fare chiarezza sulle cause della morte è stata disposta per lunedì un'autopsia da parte della magistratura.

Fois era tornato al professionismo con il team Amore&Vita-McDonald's quest'anno dopo 5 stagioni di stop. In passato il corridore bergamasco aveva militato in formazioni di alto livello come Mapei e Vini Caldirola senza però confermare i buoni risultati ottenuti da dilettante: in sette stagioni di professionismo effettivo, a cui era approdato nel 1996, Fois ha ottenuto quattro successi tra cui spicca una tappa al Giro di Polonia nell'anno del debutto nella massima categoria.

Fois era nato a Bergamo, il 23 settembre 1973, era stato tesserato con la Mobilvetta Design e poi con la Mercatone Uno. Dal novembre scorso aveva firmato con la Amore&Vita McDonald's, spiegando di avere rinunciato a un ingaggio di 3 mila euro al mese, che gli era stato proposto da una squadra dilettantistica, pur di proseguire la propria carriera fra i professionisti.

IL MISTERO DELLE ULTIME ORE DI VITA

Sarà effettuata lunedì mattina nella camera mortuaria del cimitero di Villa d'Almè (Bergamo) l'autopsia sul corpo di Valentino Fois. Le cause del decesso non sono ancora chiare ed è per questo che il sostituto procuratore Maria Ponsero ha aperto un'inchiesta e disposto l'esame autoptico. Il primo referto medico parla di malore, e in serata i carabinieri hanno confermato che la scorsa notte il ciclista si è sentito male.

L'anziana madre, infatti, ha chiesto aiuto al cognato del corridore, che lo ha soccorso. Dopodichè l'atleta si sarebbe riaddormentato. Questa mattina, intorno alle 8.30, è stata proprio la madre a scoprire il figlio senza vita. In queste ore i carabinieri stanno cercando di ricostruire le sue ultime ore: a cena è stato accompagnato a casa dal compagno di squadra, Ivan Quaranta, con il quale aveva trascorso il pomeriggio, poi è uscito di nuovo, forse in compagnia di qualcuno. A tarda sera è stato visto in un locale del centro di Bergamo da solo e sarebbe rientrato a casa intorno all'una di notte.

LE SUE DISAVVENTURE CON IL DOPING

Il primo problema con il doping Fois la ha il 12 gennaio 1998, allorché la Commissione disciplinare della Lega ciclismo lo squalifica per sei mesi: il ciclista bergamasco risulta positivo al testosterone in un controllo effettuato al Giro di Svizzera del giugno 1997. È un anno particolarmente sfortunato, il '97, per Fois che all'epoca aveva 24 anni. A gennaio era andato a correre in Malesia, ma era tornato dal paese asiatico affetto da mononucleosi e toxoplasmosi.

Successivamente si iscrive al Tour de France, ma cade rovinosamente durante la crono di Saint-Etienne e deve ritirarsi. La diagnosi è tremenda: lesione tendinea al gomito destro, che lo costringe a finire per due volte sotto i ferri. Poi, la notizia della sua prima positività che gli fa saltare l'accordo con la Vini Caldirola. La sua odissea, tuttavia, non è finita: il 22 ottobre del 2002 Fois viene nuovamente squalificato (questa volta per tre anni) dalla Disciplinare, a causa di una positività per metaboliti del nandrolone.

A FEBBRAIO CONCESSE UN'INTERVISTA ESCLUSIVA ALLE IENE RACCONTANDO LA SUA STORIA

In un'intervista trasmessa lo scorso mese da 'Le Iene', su Italia 1, il corridore Valentino Fois, trovato morto questa mattina nella sua abitazione di Villa D'Almè (Bergamo), aveva denunciato la diffusione del doping ammettendo di avere fatto uso di cocaina per un periodo. Ecco i il video di quell'intervista

QUESTA LA SUA CONFESSIONE ALLA GAZZETTA DELLO SPORT DEL 14 SETTEMBRE 2007

«E’ anche per colpa del ciclismo se sono ridotto così, ma senza ciclismo non so stare». Valentino Fois è seduto al tavolino di un bar nel centro di Bergamo. Pochi metri più in là c’è la redazione locale del "Giorno" nella quale lunedì sera l’ex corridore bergamasco si è introdotto per rubare due vecchi computer portatili. Una bravata che gli è costata una condanna a 100 giorni di reclusione, tramutati in una pena pecuniaria di 4 mila euro. Valentino era un talento e come tanti talenti si è fatto tentare dal diavolo doping, finendo poi schiacciato dagli "effetti collaterali". A vederlo ora, sembra il Fois di una decina di anni fa. Forse un po’ smagrito, ma elegantissimo. Giacca e cravatta, pantalone gessato, la faccia bella da sciupafemmine. Ma basta guardargli il sorriso forzato, gli occhi velati di tristezza, per capire che dentro quel vestito firmato c’è un ragazzo di quasi 34 anni che lotta con una sofferenza che lo sta devastando.

Fois, partiamo dalla brutta storia del tentato furto.

«Lunedì sono tornato a bere dopo tanto tempo e il cocktail con gli ansiolitici mi ha mandato in confusione. Sono entrato nell’ufficio, mi sono nascosto in bagno, poi ho cercato di scappare con i computer. E’ stata una cazzata, ma non ho fatto un’ora di carcere e ho trovato un giudice comprensivo».

Lei è malato?

«Ho problemi di depressione e ansia, sono in cura in un centro tossicologico di Parma».

Da che cosa sono originati i suoi problemi?

«Dalla squalifica di tre anni per doping presa nel 2002, quando correvo nella Mercatone Uno con Pantani».

Nel ’98 era già stato fermato per un anno per essere stato trovato positivo al Giro di Svizzera e al Giro di Polonia. Che sostanze prendeva?

«Prendevo, anzi, mi davano il DHEA, che serve a stimolare la produzione di testosterone endogeno. Eppoi... E’ inutile fare l’elenco. Prendevo quello che prendevano tutti. E se qualcuno nega, è bugiardo. Dovevamo scendere a compromessi».

Eppure non ne aveva bisogno. E’ diventato professionista nel ’96 ed era considerato un ottimo scalatore.

«Avevo appena vinto il tricolore dilettanti e dominato il Giro della Valle d’Aosta. Avevo fatto grandi cose anche nella Mtb. Sono arrivato al professionismo pulito. Pulitissimo. Vincevo perché ero forte. Ero, e mi sentivo, il numero uno al mondo».

Allora perché ha ceduto alla tentazione del doping?

«Il mondo del ciclismo, fino allo scandalo Festina del ’98, era una schifezza. Gestivano tutto medici e direttori sportivi. Poi le cose sono un po’ migliorate, ma non metterei la mano sul fuoco su alcun corridore di oggi. Chi vince, una settimana dopo è già nella polvere».

C’è qualcuno del ciclismo che l’ha aiutata?

«Soltanto uno. E’ un mondo falso e ipocrita. No, preferisco restare con i miei problemi piuttosto che avere a che fare con persone finte. Ho la mia famiglia e un amico vero, Pavel Tonkov, vincitore del Giro d’Italia ’96. Abito da lui a Madrid per sei mesi l’anno, fa il procuratore e forse mi aiuterà a tornare a correre. Altrimenti lavorerò nell’albergo che aprirà a Cordoba».

E lei vorrebbe tornare in quel ciclismo che considera causa dei suoi problemi?

«Non ho mai smesso di allenarmi, 3-4 ore ogni giorno. Durante la squalifica ho partecipato anche ad alcune Granfondo, vincendone 14 su 16, poi mi hanno fatto sentire indesiderato anche lì. Mi mancano le corse».

Ha preso altre droghe?

«Ho provato la cocaina. Ma non sono tossicodipendente. Sono soltanto un ragazzo debole».

Attualmente che cosa fa?

«Non lavoro. Ma studio: filosofia, psicologia, so tutto delle religioni orientali».

Li sa i pettegolezzi che girano sul suo conto?

«Che sono stato l’amante di Inzaghi, che rifornivo di coca Vieri. Balle. Conoscevo Pippo e Bobo perché giocavano nell’Atalanta e frequentavamo gli stessi locali. Stop. Non li vedo né sento da anni».

Non ha paura di fare la stessa fine di Pantani?

«Ho vissuto da vicino il dramma di Marco e posso dire di non aver mai raggiunto il suo livello di disperazione».

A un ragazzino che comincia a correre che consigli darebbe?

«Di ragionare con la propria testa, senza farsi travolgere dal sistema. Io mi rimprovero di non aver dato il meglio nel mio lavoro, mi piacerebbe poter recuperare».

28 marzo 2008


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