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Il doping senza limiti: la storia vera di Ludmila Narozhilenko-Engquist, la signora degli steroidi

Questa storia sia da monito: un atleta di alto livello che fa uso di doping è capace di tutto. Non esistono se e ma. Non esistono scuse. Non esistono amicizie o legami di parentela. Non esiste neanche la paura della malattia o della morte a fermare l'uso di sostanze illegali. E soprattutto non esiste la dignità: negare sempre e comunque. Provare a barare sempre e comuque. Non c'è altra strada.

Ludmila Leonova Narozhilenko, nata il 21 aprile 1964 a Tambovskaya, in Russia, ha avuto una vita che meriterebbe un film. Una vita che è un emblema dello sport moderno, pieno di sotterfugi e inganni, gioie e sofferenze. Ai tempi dell'Unione Sovietica, alla fine degli anni '80, si fa conoscere nell'atletica leggera diventando protagonista in Coppa del Mondo. Nel 1989 vince la medaglia d'argento nei 100 ostacoli e il pianeta del track & field impara a memoria il suo nome. Nel 1991, a dodici mesi dalle Olimpiadi di Barcellona, con 12"28 firma la migliore prestazione mondiale stagionale. E' la dominatrice della specialità e a Tokyo, nei campionati del mondo, si aggiudica la medaglia d'oro confermando di essere la più brava del pianeta.

Ai Giochi del 1992 è la favorita, supera le prime batterie, ma rinuncia improvvisamente a disputare la semifinale: si parla di un indolenzimento a un tendine. Niente di strano, ma quel che succede nei mesi successivi alimenta qualche sospetto su quell'improvviso forfait. A dicembre infatti iniziano le prime traversie: viene fermata insieme ad altri tre atleti russi di primo piano (il famoso astista Rodion Gataullin, la specialista dei 100 ostacoli Tatiana Reshetnikova e quella dei 400 ostacoli Margarita Ponomareva) alla dogana svedese. Nei loro bagagli vengono trovate 60 tavolette di steroidi. Un'enormità. Il gruppo si salva spiegando che quei prodotti servono per le cure di una vecchia allenatrice al seguito, Lydia Fedotova, che si prende tutta la responsabilità. Gli atleti vengono anche sottoposti a un esame antidoping che però risulta negativo.

Qualche mese più tardi la Narozhilenko viene tuttavia pescata positiva: è il 13 febbraio 1993 e al meeting di Lievin, in Francia, un controllo antidoping trova nelle sue urine tracce di steroidi anabolizzanti. La Iaaf adotta la linea dura e squalifica l'atleta russa per quattro anni. Ludmila però dà battaglia e tenta di dimostrare la propria innocenza accusando il marito, ed ex allenatore, Nikolai Narozhilenko di averle somministrato, a sua insaputa, le sostanze vietate. Davanti a un tribunale russo, che alla fine le dà ragione, specifica che il marito ha agito per vendetta: lei, già innamorata del manager svedese Johan Engquist, prepara nel frattempo il divorzio. Nikolai, con una deposizione a sorpresa, conferma la versione dell'ormai ex moglie e si addossa tutte le colpe. Di fronte al verdetto della magistratura la Iaaf, in difficoltà, è costretta a annullare la squalifica nel dicembre 1995.

Ludmila si sposa con Johan, si trasferisce a Stoccolma e prende la cittadinanza svedese. Torna in gara più forte di prima e vince le Olimpiadi di Atlanta del 1996 e i Mondiali di Atene del 1997. Di lì a poco però arriva il tunnel della malattia: un tumore che la costringe alla chemioterapia e all'asportazione del seno destro proprio il giorno del suo compleanno, il 21 aprile 1999. Tre mesi dopo, ancora sotto chemioterapia, torna in gara e il 28 agosto, ai Mondiali di Siviglia, vince il bronzo nei 100 ostacoli commuovendo il Pianeta. Sembra il lieto fine della storia, ma l'ultimo contrattempo è in agguato.

La Engquist vuole un'altra sfida: a 36 anni, nel luglio 2000, lascia l'atletica leggera e passa al bob con l'obiettivo di partecipare alle Olimpiadi invernali di Salt Lake City del 2002. Il 23 ottobre del 2001 però incappa in un controllo antidoping a sorpresa nel corso di un allenamento a Lillehammer, in Norvegia. Ludmila non aspetta neanche le controanalisi: stavolta non ha scuse, sa di non poter sfuggire alla positività e ammette le sue colpe in un'intervista: «Sono stata controllata a Lillehammer - spiega - e so che i risultati dei test saranno positivi. Mi sono dopata di nascosto. Mio marito Johan non lo sa».

E' ancora positiva per steroidi anabolizzanti, viene squalificata per due anni e va incontro a un processo penale in Svezia. Stavolta è proprio la fine: viene il lecito sospetto che anche il cancro che l'aveva colpita anni prima possa essere collegato al massiccio uso di steroidi. Comunque è certo che neanche la tremenda malattia l'ha indotta a interrompere l'assunzione di sostanze illegali e pericolose. Oggi vive con il marito in Spagna, paese ancora in ritardo nella lotta al doping: chissà che un giorno non sentiremo ancora parlare di Ludmila...

05 settembre 2007


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