La denuncia di Pietro Mennea: "Il doping ha ucciso alcuni miei avversari"
«Il doping è una scorciatoia per arrivare al successo, ma tanti atleti che correvano con me oggi non ci sono più. Si tratta senza dubbio di morti sospette. Che devono far riflettere». E’ l’allarme inquietante lanciato dall’ex primatista del mondo e campione olimpico dei 200 metri Pietro Mennea che oggi ha incontrato gli studenti di Scienze Motorie e Medicina dell'Istituto di Anatomia a Careggi (Firenze).
«Io mi sono allenato per 20 anni – ha continuato Mennea - ho avuto una carriera lunghissima come velocista, ma non mi sono mai neanche strappato. Invece, se avessi fatto uso di steroidi anabolizzanti, mi sarei strappato chissà quante volte. Lo sport deve rimanere l'ultimo baluardo del tessuto sociale per quanto riguarda il rispetto delle regole. Insomma, tra gli atleti deve vincere il più bravo, non il più furbo».
Mennea, che ha studiato a fondo il problema, entra nel merito degli interessi che ruotano intorno all’uso e al traffico di sostanze vietate nello sport: «Purtroppo il doping è diventato un grande business in mano alla criminalità organizzata, dato che viene commerciato in un mercato nero. Che è più lucrativo di quello degli stupefacenti. Sì, perché il grosso del mercato del doping lo troviamo tra gli amatori che affollano le palestre. Mi batto da anni per una legge penale comunitaria che funzioni da deterrente riguardo all'uso di simili sostanze. Oggi in Europa solo cinque stati hanno una legge simile. E io avevo lottato affinché fosse estesa a tutta l'Unione Europea. Purtroppo, però, oggi un olimpionico, ad esempio, deve 'avere' un risultato agonistico. Per il quale gli sponsor hanno investito. Il problema e' che gli organismi giuridici hanno un po' le mani legate, perché al momento mancano gli strumenti e la capacità giuridica per contrastare il doping».
26 novembre 2007