Morte di Pantani, la Cassazione assolve il pusher. La madre: «E' un'ingiustizia» Non c’è pace per Marco Pantani. A 7 anni dalla tragica fine del “Pirata” si apre l’ennesimo capitolo della sua triste vicenda. La Cassazione ha assolto per non aver commesso il fatto Fabio Carlino, il pusher inizialmente condannato nei primi due gradi di giudizio per aver provocato, con la vendita di cocaina purissima, la morte per overdose del ciclista romagnolo. La Suprema Corte ha condiviso le perplessità del sostituto procuratore Oscar Cedrangolo secondo cui «la spettacolarizzazione data dai media alla morte di Pantani, ha spinto i giudici di merito ad una eccessiva attribuzione di responsabilità» nei confronti degli indagati. Carlino, in appello, era stato condannato a 4 anni e 6 mesi.
La morte del vincitore di Giro e Tour resta comunque un evento mai chiarito del tutto. Carlino ha sempre dichiarato la sua estraneità rispetto al “Pirata”, a cui non avrebbe mai ceduto la partita di droga fatale. Al contrario i due pusher Fabio Miradossa e Ciro Veneruso, condannati con patteggiamento dal gip di Rimini (4 anni e 10 mesi il primo, 3 anni e 10 mesi il secondo), sarebbero stati coinvolti nella serata fatale.
«È una vergogna, non c'è giustizia, anzi, è stata fatta ancora una volta dell' ingiustizia, quanto accaduto è incredibile. Non esiste giustizia, in Italia si possono rovinare le persone e poi farla franca. Eravamo certi di vincere, ma io non mi abbatto. Ci sono aspetti inspiegabili di tutta questa vicenda, dentro di me c'è una tristezza enorme». Sono le parole di Tonina Belletti, mamma di Marco Pantani, dopo la sentenza della Cassazione. «C'è stato un primo grado del processo - ha aggiunto la signora Tonina - in cui si è iniziato a comprendere chi poteva essere il colpevole, poi tutto è stato confermato in sede di appello, mentre la Cassazione ha finito per dire il contrario. Non esiste giustizia».
Durissimo, dopo la sentenza che ha scagionato Fabio Carlino, anche Paolo Pantani, il padre del Pirata morto a Rimini il 14 febbraio2004: «Prima hanno distrutto Marco, ed ora vogliono distruggere anche noi. È evidente che sotto questa tragedia c'è qualcosa di poco chiaro. Certe cose non dovrebbero succedere. Tutti sanno come sono andati i fatti, tutti sanno di chi è la responsabilità della morte di nostro figlio, ma non riusciamo ad ottenere giustizia. In Italia tante cose non vanno e fra queste c'è anche il nostro caso. Comunque io tengo duro, c'è Marco ad aiutarci, è lui a darci la forza, da lassù».
La sentenza è stata criticata anche da Vittorio Savini, assessore allo sport del comune di Cesenatico, fondatore del Club Magico Pantani e grande amico del campione: «Non conosco tutti i dettagli sull'evolversi del processo, tuttavia personalmente parto dal presupposto che le persone responsabili dello spaccio di droga devono pagare per ciò che hanno commesso. Del resto è inequivocabile che, se nessuno avesse ceduto queste sostanze, Marco sarebbe ancora vivo. Non voglio passare per una persona con dei preconcetti, ma se alla Corte di Appello ci sono state delle sentenze, devono esserci dei motivi. Non credo alla pressione dei mass media come una possibile causa di una condanna affrettata. Gli spacciatori, chiunque essi siano, devono pagare per i danni arrecati alle altre persone».
10 novembre 2011
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