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Processo per la scalata alla Lazio, parla la moglie di Lotito: "Togliti questo cancro da casa"

«Togliti questo cancro da casa». Ad affermarlo è Cristina Mezzaroma, moglie di Claudio Lotito, sentita come testimone nell'ambito del processo su un fallito tentativo di scalata alla Società Sportiva Lazio da parte di un fantomatico gruppo industriale ungherese, nonché su una serie di minacce che avrebbe ricevuto la famiglia Lotito. La frase pronunciata da Cristina Mezzaroma, fa appunto riferimento a diverse conversazioni avute con il marito, durante le quali la donna ha sempre cercato di convincere Lotito, inizialmente a non comprare la Lazio e poi a vendere il club calcistico.

Nel processo sono nove gli imputati, tra cui Giorgio Chinaglia e quattro persone ritenute leader del gruppo degli Irriducibili, accusati, a seconda delle singole posizione, di aggiotaggio informativo, ostacolo ad un'autorità di vigilanza e tentata estorsione. «Se fosse stato per me - ha detto Cristina Mezzaroma - avrebbe lasciato la Lazio da tempo, ma per lui era diventata una questione di giustizia, non voleva assolutamente lasciarsi minacciare e cedere a queste minacce. Gli dissi che ha una famiglia e che non poteva fare il kamikaze, ma lui mi rispose che lo faceva proprio per suo figlio. Gli dissi “lascia perdere sono solo rogne - ha aggiunto - adesso ti osannano, poi ti scordano. E' un mondo schifido”».

La moglie del presidente della Lazio ha poi riferito delle telefonate anomine da lei ricevute e delle relative denunce presentate. «Ho ricevuto diverse telefonate anonime - ha riferito - prima a carattere osceno e poi con minacce fisiche, sempre però da anonimo. Quella che mi ha più sconvolto c'è stata nell'agosto 2005. Ero a Sabaudia con mio figlio, ricevetti una telefonata da un numero sconosciuto in cui mi si diceva di stare attenta e di ricordare quanto era avvenuto al Circeo (il riferimento è al cosiddetto massacro del Circeo del 1975 quando due ragazze vennere violentate, torturate e una delle due venne uccisa, ndr) . Sapevo che non c'erano buoni rapporti con la tifoseria e quindi ho ricondotto questa situazione alla curva nord, dove spesso apparivano striscioni di contestazione nei confronti di mio marito, ma non bisogna fare di tutta un'erba un fascio. Gli riferii di questo mio convincimento e lui mi rispose che lo volevano convincere a lasciare la Lazio. “Magari!” gli risposi, ma lui non voleva cedere. Questa situazione ha cambiato radicalmente la mia vita».

La donna ha poi riferito di aver deciso di cambiare numero di cellulare, sperando di non ricevere più tali telefonate «ed infatti non ricevetti più telefonate - ha detto - ma minacce mi arrivarono con alcune lettere, trovai anche un bigliettino sul tappetino della porta di casa. Sapevo che anche mio marito riceveva analoghe minacce, ma mi riferiva tutto solo dopo aver presentato denunce e comunque mi diceva di stare tranquilla». Le telefonate «strane iniziarono nel marzo 2005 - ha detto la donna - all'inizio erano a contenuto osceno, poi peggiorarono e cominciarono quelle con minacce fisiche. Oggi la situazione è migliorata, c'e' contestazione, ma con toni minori».

LA TESTIMONIANZA DELL'EX DIRIGENTE SERGIO SCIBETTA

Nel corso del processo è stato anche sentito Sergio Scibetta commercialista e dirigente della Lazio, che ha ricostruito le minacce ricevute. Anche nel suo caso comunque, sono sempre provenute da anonimi. In particolare, Scibetta ha ricordato che la sua segretaria ha ricevuto, presso lo studio, una chiamata dal contenuto intimidatorio, nonché tre fax e un messaggio nella segretaria telefonica del suo studio dello stesso contenuto. «I fax sono arrivati il 25 e il 26 novembre 2005 - ha riferito - erano senza mittente. Il 29 mattina trovammo un messaggio nella segreteria telefonica. Mi sembrò una voce roca di donna, affermò: “Dì a Lotito di andarsene, convincilo a dismettere la sua partecipazione azionaria nella Lazio,altrimenti gli tagliamo la gola”. Poi numerose parole volgari. Dello stesso tenore erano anche i fax, ma solo dopo aver sentito questo messaggio presentai una denuncia alla polizia di viale Trastevere perché ho avuto paura. Ne parlai con Lotito e anche lui ebbe il timore che si potessero tradurre in realtà. Nello stesso periodo fui contattato da uno studio legale che riferì che un suo cliente era interessato a comprare la quota di maggioranza della Lazio. Non chiesi dettagli al mio interlocutore, perché mi sembrò un modo di agire anomalo e quindi solo una perdita di tempo. Riferii comunque anche questo a Lotito, ma non era interessato a vendere». Il commercialista ha spiegato che prima di allora non aveva mai ricevuto telefonate simili, ma solo «alcune telefonate sospette, cui non ho mai dato peso».

LA PAROLA A LOTITO: «SMISI DI DARE BIGLIETTI OMAGGIO AGLI IRRIDUCIBILI»

Poi è stato il turno dello stesso Claudio Lotito che ha testimoniato davanti ai giuduci. «Quando presi la Lazio trovai una situazione peggiore di quella di Alitalia». Ha raccontato il presidente laziale davanti alla VI sezione del Tribunale. «La società - ha detto Lotito - aveva debiti per 150 milioni di euro con l'erario, debiti con i fornitori. Venivano pagate parcelle a medici che non lavoravano più. Insomma una situazione di collasso a cui misi mano tagliando tutto a cominciare dagli ingaggi».

Lotito, interrogato dai pm che lo hanno citato come il principale teste dell'accusa, ha spiegato di aver incontrato per la prima volta i vertici degli Irriducibili nell'estate del 2005 davanti alla sede della Regione Lazio. «Mi si presentarono e ricordo di aver fatto una battuta quando uno di loro (Fabrizio Piscitelli) mi disse che era soprannominato Diabolik. Io risposi “piacere sono l'ispettore Ginko”. Mi chiesero di mantenere l'elargizione dei biglietti omaggio, ma io spiegai loro che non era possibile».

12 giugno 2008





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