Valverde nega tutto, il suo compagno Manzano lo accusa per l'Operacion Puerto Seconda intensa giornata di udienza davanti al Tas di Losanna per l’appello presentato da Alejandro Valverde contro la squalifica di due anni - sul solo territorio italiano - per il suo coinvolgimento nell’Operacion Puerto e il ritrovamento di una sacca con plasma tra quelle sequestrate al medico spagnolo Eufemiano Fuentes. Lunga sfilata di testimoni (undici tra quelli presenti e quelli in videoconferenza) con una durata complessiva di quasi dieci ore.
Il piatto forte è stato il confronto a distanza tra il protagonista principale del processo, Alejandro Valverde, attualmente in allenamento in Australia e quindi ascoltato al telefono, e il suo ex compagno di squadra nella Kelme, Jesus Manzano, presente a Losanna e “grande pentito” dell’Operacion Puerto. Valverde ha negato ogni addebito circa il suo coinvolgimento nell'Operacion Puerto e sulla frequentazione col dottor Fuentes.
Valverde ha smentito anche di aver avuto una cagna di nome Piti (riferimento importante in quanto su una sacca di sangue ritrovata nell'inchiesta spagnola era stata apposta un'etichetta Valv-Piti). Ma la circostanza del possesso di un animale domestico con questo nome è stata invece confermata sia da Manzano sia da un giornalista spagnolo del quotidiano As, Enrique Iglesias (anche lui presente davanti al Tas) che intervistò Valverde nel 2006 a casa sua dove trovò appunto questa cagna e lo scrisse in un reportage del giugno 2006, finito poi agli atti.
Manzano è apparso spavaldo e ha risposto a tutte le domande ricostruendo le numerose tappe delle sue frequentazioni col dottor Fuentes e con altri due medici spagnoli. «Quando eravamo in squadra alla Kelme, il dottor Fuentes ci dava Epo, testosterone, sostanze dopanti. Poi il dottor Merino Bartres ci toglieva due sacche di sangue da mezzo litro ciascuna e dopo qualche tempo ce le rimetteva in corpo. E con me da Bartres c'era anche Valverde», è stata la testimonianza anche se i contenuti erano già stati resi noti in occasione del processo avvenuto davanti al Tribunale Nazionale Antidoping del Coni.
In mattinata invece era stata la volta di un gruppo di esperti tecnico-scientifici che hanno dibattuto sulla correttezza (accertata) dell'esame del dna effettuato dalla dottoressa Alessandra Caglià della Polizia Scientifica di Roma su richiesta del pm Ferraro della Procura della Repubblica di Roma. Domani terza ed ultima giornata con le requisitorie delle parti, ma il verdetto del collegio del Tas non dovrebbe essere pronto prima di un mese.
13 gennaio 2010
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